Sono andato alla Barona, a vedere come lavorano e che cosa fanno quelli della Cordata.  Una storia bellissima, che nasce alla fine degli anni ’80 da un gruppo di scout dell’Agesci.
E a proposito di scout, che tuffo nel passato! Siamo lì a parlare, quando PaoloCottino, giovane urbanista, responsabile della sezione periferie e riuso degli spazi, tira fuori una foto. L’ha portata per me, dice che gliel’ha data suo padre, e dice che in quella foto ci sono anche io. Io e suo padre eravamo insieme nei lupetti, con i pantaloncini corti e il fazzoletto al collo, eccoci lì, bambini.
Mi fa un certo effetto sentire questo ragazzo, che potrebbe essere mio figlio, e scoprire come abbia fatti suoi i nostri ideali e come stia lavorando, insieme con gli altri, per realizzarli. Questo è un villaggio, raccontano, che è cresciuto senza contare nemmeno su un euro di denaro pubblico. E ha dimostrato che con trenta milioni di euro, senza boschi verticali, è stato possibile mettere in piedi un progetto abitativo sostenibile Questa – ripetono – è una cosa concreta, non è un’idea da lanciare al miglior offerente. Qui vivono famiglie che pagano un affitto accessibile; qui c’è un albergo low cost per chi è di passaggio; un residence che serve ai ragazzi che vengono qui a fare l’Erasmus, o a chi a Milano lavora soltanto; qui c’è un pensionato per ragazzi problematici; qui c’è l’alloggio per donne sole con i loro bambini. Mi spiegano che è il mix tra storie normali e altre più complicate a rendere straordinaria la convivenza e insistono che questo è un modello virtuoso. Lo so, sono convinto. Pensate che addirittura questo posto è nato in un’area dismessa. Milano ha una ricchezza incredibile. Basta saperla ascoltare.