Ho ricevuto una lettera. Fuori una busta bianca, di quelle ordinarie. Dentro un’altra busta, di carta sottile, sembra carta di riso. Su quella ci sono i tre francobolli della spedizione espresso: due da cinque, uno da quattro lire. L’inchiostro non è ancora sbiadito. La data è 11 gennaio 1947. L’intestazione del mittente è stampata a caratteri in stampatello: Avv. Prof. Giandomenico Pisapia. C’è ancora il mio indirizzo di quand’ero bambino…
<Carissimo Giuliano
Ho seguito con trepidazione ed affetto la preparazione e l’ingaggio della difficile battaglia, che non poteva e non doveva essere ulteriormente procrastinata. Avete avuto coraggio ed avete avuto anche ragione. Sono con voi, assieme a molti amici che hanno seguito con pari ansia la lotta.  Qui a Milano c’è moltissimo da fare; non bisogna più deludere, ormai, le speranze e le attese di tanti!>.
E’ una lettera di mio padre.
Ma quel Giuliano non sono io, è il suo amico Giuliano Vassalli. Erano due giovani professori e avvocati, appassionati e impegnati: c’era da ricostruire l’Italia, c’era bisogno dell’impegno di tutti, e loro stavano facendo la loro parte. Leggerla, mi ha commosso. Soprattutto mi hanno fatto venire i brividi le parole con le quali l’ha accompagnata uno dei figli del professor Vassalli,  quello che l’ha trovata e me l’ha spedita: <Carissimo Giuliano, leggi bene le frasi di questa lettera. E’ di tuo padre e ora sembra che attraverso mio padre tornino a te con lo stesso spirito e significato>.  E’ davvero così…