Anche l’altra sera, alla Dream Factory, tante persone, tanti interventi, tante richieste.
Mi pare sempre più che ci sia una grande sintonia tra quello che i cittadini chiedono – in questo caso nel campo della cultura – e quello che io avrei in mente di fare.
Se davvero si crede che la ricchezza del domani sia la cultura che semini oggi, non c’è scampo: è l’investimento prioritario, quello che rende di più a lungo termine, la nostra assicurazione sulla vita.

Andrea, del circolo Arci Magnolia, ha fatto un intervento appassionato: ma com’è – ha detto – che se io vado a Berlino posso viaggiare in metrò tutta la notte, non sento come un problema la ricerca di un posto economico dove dormire, ho un’offerta culturale pazzesca, e qui invece funziona solo il coprifuoco? A Milano, pensate, c’è un solo, periferico, ostello!

E non è vero che, in tempi di crisi, parlare di arte e cultura sia un lusso. Richard Florida, il sociologo americano della creative class, quello delle tre <T> (le società moderne si sviluppano dove possono valere talento, tecnologia, tolleranza) l’ha ribadito in un’intervista recente: quando sarà finita la crisi mondiale, si spalancheranno le porte alla nuova era della conoscenza e la classe creativa si accomoderà al posto di guida. In ogni caso, chi non ha investito sulla cultura, resterà tagliato fuori, sparirà dalle mappe.
Arte e cultura non sono dei passatempi, un divertimento da riservare al tempo libero; sono il motore della società di domani.

Stamattina, una gentile signora che ieri sera era presente, mi ha mandato una mail che vi voglio girare: <Caro Giuliano – mi ha scritto – è stata una serata interessante e tu sei stato bravo. Però avevi il look sbagliato. Per andare in un posto così, dovevi mettere una camicia scura, oppure un girocollo>.
Cara amica, ti ringrazio ma non ti ascolto. In quanto ad immagine sono sicuro di avere molto da imparare, ma non sarà la campagna elettorale a farmi cambiare: non ho mai messo il girocollo, e non lo metterò neppure in posti con il parquet bianco. Non ho paura di spendermi, di ascoltare, discutere, mediare. Però alla fine voglio restare me stesso. Da quello che sono a quello che appaio.
E poi, scusa: ma hai visto che si mette il girocollo da qualche tempo?