Dovevo andare dall’altra parte della città e allora alle otto del mattino ero già su un treno della linea rossa del metrò. Non ci andavo da un po’: sul metrò c’è il mondo intero. Non solo a Parigi e a Londra. Anche a Milano. Il ragazzo peruviano con la visiera del cappellino che è una bandiera italiana; la signora eritrea con mille treccine sulle spalle; un giovanotto che viene da un paese dell’est, si vede; la ragazza con i lineamenti da slava; il senegalese, che capire da dove viene è facile; tanti orientali, e non so dire se originari della Cina, del Vietnam, della Corea o del Giappone. E poi quegli altri, quelli che ti accorgi che sono stranieri solo perché parlano in inglese o in qualche altra strana lingua che non capisci. Mi è sembrata una ricchezza, e mi è piaciuto percepire la normalità con cui tutto questo viene vissuto.
Intanto, leggevo il giornale. Questa storia del pranzo in piazza Montecitorio tra Bossi e il sindaco Alemanno, insieme in questa orrenda tavolata all’aperto per fare la pace tra Roma e la Lega. Come se bastasse bere insieme un bicchiere di vino per risolvere i problemi, come se questa trovata dei tavoli di riconciliazione non fosse propaganda a basso prezzo. Vedere Alemanno e Bossi strafogarsi insieme e fingere di cancellare così le finezze dette dal leader della Lega – <sono porci questi romani> – non è stato un bello spettacolo. Il fatto è che questa politica non cerca un’unità vera mediando sulle diverse posizioni: si accontenta dello spot, della facciata, della sceneggiata in tivù.
Da parte mia, vi faccio una promessa, e chi mi conosce sa che le mantengo, le promesse. Non è perché non mi piace, ma quando sarò sindaco di Milano non mi vedrete mai mangiare la polenta in piazza per siglare delle finte riconciliazioni.