Non so se ce la farò, domani sera, a tornare sui banchi di scuola. Mi piacerebbe, però… Il mio liceo, il Berchet di via Commenda, diploma i 46 berchettiani che le leggi razziali del ’38 avevano cacciato dalla scuola e lo fa nell’anno in cui festeggia i suoi primi cento anni. È un anniversario che vale la pena perché il severo Berchet è uno dei simboli di quel che è stata, per Milano, la scuola pubblica. Quando l’eccellenza si trovava là, nel pubblico; quando la scuola era un luogo di formazione; quando i professori avevano un ruolo sociale riconosciuto e importante.

Sono il quarto di sette fratelli, cinque maschi e due femmine, e per noi la scelta era stata obbligata: liceo classico, e nella scuola più vicina a casa. Non c’erano gli open day, ai miei tempi, con gli istituti che illustravano i loro programmi e i genitori che sceglievano l’offerta migliore. La fortuna ha voluto che l’istituto più vicino a casa fosse il liceo di via Commenda, da sempre uno dei più prestigiosi della città. Così al mattino, dalla mia casa di viale Montenero, mentre mia madre tirava un sospiro di sollievo all’idea di avere finalmente qualche ora di requie, noi fratelli uscivamo dal portone tutti insieme, naturalmente per separarci qualche minuto dopo. È lì che ho vissuto alcune tra le esperienze più formative, ed è soprattutto questo il Berchet che io ricordo: una scuola di vita. Se non ce la farò ad essere sui banchi, domani sera, ci sarò con il pensiero. E con la riconoscenza a chi ha organizzato questa serata della memoria.