Non conoscevo il supplizio della Sacher. L’ho provato per la prima volta ieri sera, a una cena del Rotary (c’erano il Milano Nord e il Visconteo): una sala gremita, signori e signore a parlare di giustizia. Anche, come da tradizione, a mangiare. E così è capitato che dopo il carpaccio di angus, il risotto alla zucca, l’arrosto di tacchino, al momento del dolce fosse anche il momento dell’inizio della chiacchierata. Così ho cominciato a parlare del mio ultimo libro,<In attesa di giustizia>,  mentre la Sacher era lì, sulla tovaglia bianca, che mi aspettava. Per un goloso, è una pena quasi insopportabile.
L’avvocato Franco Lo Passo e il collega che presiede il mio ordine professionale, Paolo Giuggioli, ma anche i professionisti che ho conosciuto solo ieri, mi hanno fatto inorgoglire. So bene che la giustizia non è né dei magistrati né degli avvocati; né di destra né di sinistra. Ripeto spesso quello che diceva un grande giurista, e cioé che quando la politica entra in un’aula di giustizia, la giustizia esce dalla finestra. Ho scritto questo libro proprio per individuare delle soluzioni concrete, condivise e facilmente realizzabili. L’ho scritto insieme a un magistratoi vicino alle destra. Ma incontrare tanta attenzione e considerazione alle mie tesi mi ha colpito. E lascia senza risposta il più inquietante dei quesiti: perché, se è possibile, se gli strumenti e le strade ci sono, non si affronta e si risolve davvero il problema? Perchè non si riesce a dare al paese una giustizia degna di questo nome?

Lei, mi ha fatto sorridere una signora – dovrebbe fare il presidente del consiglio; con queste premesse, con la sua capacità di collegare mondi diversi, farebbe bene all’Italia. Grazie, signora. Ma no, non ci ho mai pensato nel modo più assoluto. C’è qualcosa che voglio fare: il sindaco della mia città. Adesso gioco questa partita. Adesso voglio fare il bene di Milano. Adesso, il 14 novembre, ci sono le primarie e voglio vincerle. Poi ci sarà un altro round, in primavera, contro la Moratti.