Accidenti, però, ho già fatto una gaffe: adesso si chiama festa democratica, e lo so bene. Solo che quel vecchio nome <Festa dell’Unità> mi scalda il cuore ed è il primo che dalla testa mi arriva sulle labbra. Per fortuna ho scoperto che non succede solo a me: ieri sera il mio viaggio alla festa ho voluto cominciarlo dal glorioso stand dell’Unità – cercavo Flavio Benetti, una roccia del ’29, volevo rassicurarlo e dirgli che ce la farò, che ce la faremo a riprenderci Milano – da lì in poi, dai cuochi delle salemelle ai camerieri improvvisati, tanti compagni mi dicevano questa stessa cosa…..

Forse, di gaffe, ne ho fatta un’altra… compagni si può dire? Sì, qui compagni si può dire. Con orgoglio, con senso di appartanenza, con passione. Mario Rigoni Stern sul <compagni> ha scritto delle cose toccanti: ha scritto che <è un nome bello e antico>, che non dobbiamo lasciarlo andare in disuso perché <deriva dal latino cum panis e accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. E coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze>.  Ieri sera ho avuto l’impressione che davvero io e i tanti compagni che c’erano condividessimo tutto questo. Mi sono sentito a casa, mi è sembrato di respirare un’aria familiare,  come quando dopo un viaggio torni e sei felice di riscoprire tutte le cose che conosci bene, ho percepito forte che abbiamo un progetto comune e una volontà ferrea di realizzarlo.  Dopo le emozioni, le sensazioni, gli abbracci con i tanti che ho incontrato, è stato molto interessante anche il dibattito cui mi avevano invitato con autorevoli esponenti del PD e con l’Udc. Si parlava del quadro politico nazionale. Eravamo tutti d’accordo sulla necessità di riformare quella porcheria della legge elettorale, una legge che non ti consente di scegliere chi andrà a rappresentarti, che dà un potere assurdo alle segreterie dei partiti e lo toglie alla persone,  e quindi di andare a votare.
Ma si è parlato anche di Milano. E si sono fatti passi avanti verso un’unità possibile.
Alla fine mi tocca raccontarvi il fuori programma che mi è successo: lì, sul palco c’erano quelle terribili poltroncine a sacco dove sedeva il povero Fracchia. Mi sentivo incerto, ma sono uno che resiste e mai avrei pensato di finire gambe all’aria. Quando è successo, la battuta più divertente è arrivata da Enrico Marcora, il consigliere dell’Udc: “Secondo me – ha detto – quella poltroncina l’ha progettata un architetto…