Da una montagna di carte che tengo nel mio studio, è saltato fuori un ritaglio di un articolo di Repubblica, un numero del 1999. Renata Pisu aveva fatto un viaggio nel terzo settore. Vi giro solo qualche riga, anche se vale la pena leggerlo su internet, perché è molto interessante.

Diceva: <Anche il Comitato inquilini delle case popolari del quartiere milanese Molise-Calvairate, produce socialità. “Noi facciamo tutto da soli, senza interventi esterni” dice Franca Caffa che di questo comitato è l’anima. Da anni Franca combatte contro quello che lei chiama il “mal-abitare”, cioè la sporcizia, l’avvilimento, la paura delle donne vecchie e sole che nemmeno osano uscire di casa perché si sentono- e sono- minacciate. “Siamo una periferia a rischio continuo” dice Franca che da dieci anni conduce battaglie contro il degrado culturale: sulle prime gli inquilini dei tremila alloggi del quartiere non la seguivano, non la capivano, oggi invece partecipano attivamente ai progetti di recupero complessivo>.

Bene: ieri sono andato proprio lì, e ho visto i miracoli che sono riusciti a fare. Franca Caffa, dodici anni dopo, non è affatto stanca ed è ancora l’anima di questo progetto. Quelle case dell’Aler sono un piccolo mondo, e non solo perché le persone vengono da zone geografiche diverse. Vengono, soprattutto, da bisogni diversi. Eppure lì, l’ emarginazione di alcuni di loro – malati, tossicodipendenti, stranieri – è come se fosse assorbita da quello che c’è intorno. Gli urbanisti e i sociologi lo chiamano il mix sociale e affermano che è quello il modello virtuoso. Io ci credo. Per questo sono andato lì. Per capire e per cominciare a immaginare una Milano diversa.