La sveglia è alle cinque, il treno speciale parte alle sei dalla stazione Centrale. Sono emozionato. Vado a Roma con quei lavoratori che qualcuno vuole cancellare dalla faccia del Paese. Quegli operai che Milano non riconosce più come suoi figli, come se il lavoro fosse fatto solo dalla tastiera di un computer. Salgo su questo treno perché voglio che i lavoratori, oggi quelli con la tuta, mi sentano vicino. Voglio che sappiano che quando sarò il sindaco di Milano, che è stata una grande città operaia, loro avranno la mia attenzione e la mia solidarietà. Non ho paura delle polemiche, non mi piace chi gioca a nascondino. Credo che certi gesti siano importanti e che certi principi vadano affermati con forza: i diritti conquistati con fatica vanno difesi, senza false diplomazie, senza se e senza ma. Voglio che sia chiaro che io non sto dalla parte di chi, quei diritti, vuole mettere in discussione. Oggi sono gli operai. Ma quella dei diritti è una faccenda troppo seria: riguarda i precari sfruttati e buttati via, i giovani stagisti che non vedono un futuro, le donne che sono costrette a lasciare il lavoro. Ho lottato tutta la vita, perché i diritti fossero affermati. Il mio posto oggi è su questo treno, con questi compagni di strada. Le regole vanno rispettate, non ci può essere la sospensione dei diritti e non può vincere il ricatto.

Prima di fare l’avvocato, ho anche lavorato come operaio in una fabbrica chimica. Ero appena uscito dal liceo, cominciavo l’università come studente lavoratore, volevo trovare la mia strada senza scorciatoie. Oggi passo davanti a quella che era la mia vecchia fabbrica alla metà di via Forlanini e non c’è più niente. Un guscio vuoto, la chiamano archeologia industriale. Il lavoro è cambiato, ma da allora tanta strada è stata fatta. Ecco, sono qui oggi perché non si deve tornare indietro.