Mercoledì scorso Repubblica ha dedicato una pagina alle carceri del territorio milanese e questa mattina sono andato a San Vittore per rendermi conto di persona della situazione. Una fotografia a tinte fosche e che moralmente mi impone, come cittadino prima ancora che come candidato sindaco, di impegnarmi su una questione sociale così importante.
Solo a San Vittore ci sono 1.550 detenuti a fronte di una capienza ufficiale di 900 (due raggi sono chiusi, uno per cedimenti strutturali, l’altro per una situazione di degrado intollerabile). Una situazione tremenda che scoraggia non solo la rieducazione dei detenuti, ma pregiudica anche il rispetto di diritti fondamentali come la dignità della persona. E ciò malgrado l’impegno del personale che, seppur sotto organico, continua con abnegazione a esercitare la sua preziosa funzione in condizioni difficili (l’unico dato positivo è l’arrivo, dopo tanti anni, di 6 nuovi educatori).Credo di essere (ma felice di sbagliarmi) il parlamentare che ha visitato più carceri in Italia. E mai per fare visita a detenuti eccellenti. Mai alla ricerca di quella visibilità che trasforma un gesto umano in spettacolo mediatico. La tutela dei diritti delle persone in carcere è una questione di giustizia sociale scevra da qualsiasi tentativo di manipolazione!
Di carceri e detenuti ho cominciato ad occuparmene presto come educatore al carcere minorile Beccaria. Poi ancora come avvocato penalista e come parlamentare: alla mia prima legislatura come Presidente della Commissione Giustizia e poi, rieletto, come Presidente della Commissione Carceri.
Questo mio impegno, che è di sempre, è stato certamente rafforzato dal ricordo dell’’ angoscia che mi prendeva quando, educatore al carcere minorile Beccaria, dopo aver passato l’intera giornata con i ragazzi-detenuti – giocando con loro, studiando con loro, parlando con loro, mangiando con loro – alla sera, era mia compito chiuderli a chiave, anzi col chiavistello, nelle loro celle. E ancora, ricordando questa esperienza, quando durante il mio turno di notte dormivo nella stanza accanto e non riuscivo a chiudere occhio per ore e ore.
Ma anche quando – vittima di un errore giudiziario (in termini tecnici, di una ingiusta detenzione) – ho conosciuto tanti detenuti presunti innocenti e ho verificato che, effettivamente, come ricorda spesso Don Ciotti, il carcere in Italia è diventata una vera e propria discarica sociale (solo il 12% dei detenuti lo è per reati gravi e/o di criminalità organizzata). Non a caso la carcerazione preventiva è stata chiamata, da un illustre giurista del passato “la lebbra del processo penale”.
So bene cosa significa stare dietro quelle sbarre. Ci sono passato anch’’io.
Nulla che già non si sappia. Sono passati oltre trent’anni: arrestato, innocente, per banda armata e concorso morale nel furto di un’autovettura. Prosciolto dalla prima accusa (banda armata) con formula piena nella fase istruttoria (allora vi era ancora la formula dell’insufficienza di prove); giudicato e assolto anche per l’accusa di concorso morale in furto, reato coperto da amnistia dal quale però i giudici mi hanno assolto nel merito, cosa possibile solo in quanto risultava “evidente” la mia innocenza.
Un errore giudiziario, riconosciuto da una sentenza passata in giudicato, che comunque ho pagato con quasi quattro mesi e mezzo di carcere.
Il garantismo, che avevo studiato sui libri dei nostri padri costituenti e sui libri universitari, a maggior ragione, è stato – in Parlamento, nelle aule di giustizia e nel mio impegno politico e sociale – un costante punto di riferimento nella battaglia quotidiana per veder rispettati principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale, quale il diritto di tutti a un processo equo, l’inviolabilità del diritto di difesa (per imputati e vittine dei reati), la presunzione di innocenza e il rispetto della dignità di ogni detenuto. E a questi princìpi mi sono sempre ispirato nella battaglia per una giustizia realmente al servizio dei cittadini: Nella mia vita a contatto con imputati e detenuti ho conosciuto tante persone e tante storie: molta sofferenza e, a volte, palesi ingiustizie. Se oggi sono in corsa per diventare il Sindaco di Milano lo devo anche a loro che mi hanno trasmesso quella incredibile voglia di cambiamento, di eguaglianza e di libertà.