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Primi passi dentro le istituzioni

Non sono le medaglie sul petto dei generali, i pennacchi dei carabinieri, la passatoia rossa che copre i lastroni di piazza del Duomo. Non è neppure la mia fascia tricolore, che temo di non essere bravo a sistemare, sopra la giacca e la cravatta. E’ qualcosa d’altro. Di più impalpabile. Quelli sono solo segni esteriori. Che magari ci sembrano anche inutilmente pomposi. Ma quanto sta accadendo è davvero una marcia dentro le istituzioni. I miei primi passi. A Milano, almeno.

Non è la prima volta, certo. Sono stato presidente della commissione giustizia alla fine degli anni ’90 e sentivo forte già allora, una vita fa, la responsabilità del ruolo e il rispetto fortissimo per la carica.

Oggi, però, è qualcosa di più grande ed è qualcosa che chiama in causa tutti noi, non solo una persona. La straordinaria vittoria che abbiamo raccolto alle elezioni, nata da una partecipazione diffusa, da un vero bagno di democrazia, ha messo sulle spalle di ognuno di noi la responsabilità del bene comune. Il destino di Milano è nelle nostre mani, questo è un impegno che dobbiamo sentire e onorare.

Credo che sia necessario cambiare modo di ragionare, perché ora non siamo più una minoranza appassionata; ora siamo la maggioranza e tocca a noi governare. Ricevo biglietti ed email piene di nostalgia: nostalgia dei momenti eroici della campagna, degli incontri festosi dove ci scoprivamo più di quanti pensassimo, dove l’aria elettrica che respiravamo ci diceva che ce l’avremo fatta… Lo capisco, ma è come se un adulto si fermasse ad avere nostalgia di quand’era solo un bambino. Noi siamo diventati adulti e questa è una condizione meravigliosa: noi, se saremo capaci di continuare ad essere noi stessi, cambieremo davvero questa città, finora lo abbiamo solo immaginato… adesso possiamo agire per cambiare, e questo è davvero un compito eccelso.

Io continuerò a portare avanti il progetto che ci ha fatto stravincere: mettere insieme le forze migliori senza steccati, con all’orizzonte un unico obiettivo e cioé il bene comune. Questo è quello che mi ha chiesto la città e questo mi sta chiedendo ancora la maggioranza dei cittadini. Nelle parole di una signora, proprio stamattina in piazza del Duomo, che mi ha abbracciato e mi ha detto: “Sindaco, la prego, non molli e non cambi“.

Ragazzi, credeteci: a Milano si può

Ve l’ho già detto, la cosa che in questi giorni mi sta facendo impazzire di gioia è il messaggio per i giovani. Sì, ragazzi, credeteci: a Milano si può. In Italia si può. E allora, oggi, vi allego questa lettera. E’ la lettera di un padre – il giornalista Ugo Tramballi, uno dei più seri inviati di politica estera, un allievo di Indro Montanelli – al figlio. Non devo aggiungere altro. Se non, ancora, un grazie a tutti noi.

«Non venire presto perché non ti faccio passare. All’Elfo entrano solo i giornalisti accreditati. Tu non lo sei e mi scoccerebbe fare un’eccezione per mio padre», aveva detto mio figlio con un tono che non conoscevo. Mi era tornato in mente quello che qualche mese fa aveva detto al Cairo un amico egiziano, padre di uno dei ragazzi di piazza al-Tahrir: «Non sapevamo di avere dei figli così».

Non voglio paragonare i ragazzi di Giuliano a quelli della Primavera araba: per dire la loro, i secondi hanno rischiato la vita. E nonostante i tentativi di accampare gradi di parentela risultati falsi a una forza pubblica e a una magistratura inquirenti di certo comuniste, Silvio Berlusconi non è Hosni Mubarak. Tuttavia esiste una similitudine con i bloggers e i liberal di piazza al-Tahrir. Nel clima sempre più deprimente di un sistema di valori definito dal Grande Fratello (quello idiota della televisione, non quello drammatico di George Orwell), anche il piccolo episodio davanti all’Elfo Puccini mi è sembrato sorprendente. Rifiutando una specie di nepotismo al contrario, il figlio non ha fatto un favore al padre: io pensavo di guadagnarci dall’avere una parte del mio Dna responsabile del servizio d’ordine alla porta del’Elfo, il giorno delle elezioni. Lui, mio figlio Davide, no.

Ognuno di noi crede di avere figli eccezionali e anche se dubita non lo ammette nemmeno a se stesso. Tutti crediamo di averli educati a valori curiosi come la tolleranza, il rispetto per le ragioni degli altri, la giustizia. Ma non lo scopriamo veramente fino a che non sono messi alla prova. Il problema di questo Paese è che i  nostri figli non faticano solo a trovare un lavoro: non hanno neppure l’opportunità di maneggiare quei valori. I miei figli, Francesco figlio di Giovanni e i figli di tanti altri genitori, hanno invece trovato Pisapia. Giuliano ha dato loro un terreno sul quale esercitare concretamente quei valori e loro, caspita, lo hanno fatto.

Serate in periferia a parlare con la gente, discussioni, volantinaggi, assemblee. Dentro la città fra i disoccupati, gli emarginati, le professioni, le associazioni e la società civile che hanno fatto grande Milano. Non potendo fare molto all’età di 16 anni, l’altro mio figlio Francesco si è fatto dare dei volantini dal fratello ed è andato a distribuirli davanti al suo liceo. Hanno ascoltato Giuliano e scoperto che una rivoluzione tranquilla e tollerante poteva essere compiuta. Comunque andrà, dobbiamo a Pisapia il merito di aver trasformato i nostri ragazzi in cittadini.

Come il mio amico egiziano, nemmeno noi sapevamo di avere figli così.

Grazie a tutti voi per aver dato un senso concreto alla parola speranza

Non so descrivere come mi sentivo ieri sera, su quel palco sopra piazza Duomo. Le luci in lontananza che illuminavano i vetri della Galleria, i solenni palazzi con i marmi bianchi che sembrano una quinta di teatro, i pizzi delle guglie, il cavallo e il povero Vittorio Emanuele, di bronzo, pigiati da tantissime persone in carne ed ossa. E poi la musica, la voce e le parole di Vecchioni, le bandiere di tutti i colori e di tutti i partiti che sventolavano insieme, seguendo il ritmo della musica… Come è bella, Milano! La nostra cara Milano. E come siete belli tutti voi. Tutto mi è parso un segno: nel pomeriggio eravamo preoccupati per le previsioni metereologiche, davano una serata di temporale. Ero allo Stadera, ieri mattina presto, con gli inquilini delle case popolari, quando è cominciato a squillare il mio telefono. Poi sono andato allo Spaventa e ancora chiamate su chiamate. Finalmente ho risposto quando sono arrivato a Chiesa Rossa. Giuliano, mi chiedevano, stasera pioverà, ormai mancano poche ore, a questo punto il meteo è certo: cosa facciamo? Ci siamo immaginati una piazza Duomo colorata dagli ombrelli… E invece è successo l’ultimo dei tanti miracoli di questa campagna elettorale: il temporale è scoppiato dopo che tutto era finito. Il comizio, il concerto, i bis, gli applausi…
Gli altri, di miracoli, erano lì, plastici, davanti agli occhi di tutti. Il primo in piazza: diciassettemila metri quadrati di piazza stipati di persone, dall’imbocco della Galleria, fino a via Torino e poi fino alla piazzetta reale…cittadini meravigliosi, appassionati e felici. Il secondo sul palco: insieme a me e a Roberto sono saliti gli otto capolista delle liste che sostengono la mia candidatura, Piero Bassetti, il primo presidente della Regione Lombardia e Susanna Camusso, il segretario del più grande sindacato italiano.  E tutto questo vuol dire una cosa sola: vinceremo. Perché uniti si vince e noi, stavolta, siamo davvero tutti uniti.
Ho ricevuto tantissimi messaggi. Ve ne giro solo uno, quello che esprime anche il mio sentire: <grazie per avermi fatto respirare un po’ del clima degli anni passati, ricchi di amicizia, solidarietà e umanità>. Grazie a te, Clara. Grazie a tutti voi per aver dato un senso concreto alla parola speranza.