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Ragazzi, credeteci: a Milano si può

Ve l’ho già detto, la cosa che in questi giorni mi sta facendo impazzire di gioia è il messaggio per i giovani. Sì, ragazzi, credeteci: a Milano si può. In Italia si può. E allora, oggi, vi allego questa lettera. E’ la lettera di un padre – il giornalista Ugo Tramballi, uno dei più seri inviati di politica estera, un allievo di Indro Montanelli – al figlio. Non devo aggiungere altro. Se non, ancora, un grazie a tutti noi.

«Non venire presto perché non ti faccio passare. All’Elfo entrano solo i giornalisti accreditati. Tu non lo sei e mi scoccerebbe fare un’eccezione per mio padre», aveva detto mio figlio con un tono che non conoscevo. Mi era tornato in mente quello che qualche mese fa aveva detto al Cairo un amico egiziano, padre di uno dei ragazzi di piazza al-Tahrir: «Non sapevamo di avere dei figli così».

Non voglio paragonare i ragazzi di Giuliano a quelli della Primavera araba: per dire la loro, i secondi hanno rischiato la vita. E nonostante i tentativi di accampare gradi di parentela risultati falsi a una forza pubblica e a una magistratura inquirenti di certo comuniste, Silvio Berlusconi non è Hosni Mubarak. Tuttavia esiste una similitudine con i bloggers e i liberal di piazza al-Tahrir. Nel clima sempre più deprimente di un sistema di valori definito dal Grande Fratello (quello idiota della televisione, non quello drammatico di George Orwell), anche il piccolo episodio davanti all’Elfo Puccini mi è sembrato sorprendente. Rifiutando una specie di nepotismo al contrario, il figlio non ha fatto un favore al padre: io pensavo di guadagnarci dall’avere una parte del mio Dna responsabile del servizio d’ordine alla porta del’Elfo, il giorno delle elezioni. Lui, mio figlio Davide, no.

Ognuno di noi crede di avere figli eccezionali e anche se dubita non lo ammette nemmeno a se stesso. Tutti crediamo di averli educati a valori curiosi come la tolleranza, il rispetto per le ragioni degli altri, la giustizia. Ma non lo scopriamo veramente fino a che non sono messi alla prova. Il problema di questo Paese è che i  nostri figli non faticano solo a trovare un lavoro: non hanno neppure l’opportunità di maneggiare quei valori. I miei figli, Francesco figlio di Giovanni e i figli di tanti altri genitori, hanno invece trovato Pisapia. Giuliano ha dato loro un terreno sul quale esercitare concretamente quei valori e loro, caspita, lo hanno fatto.

Serate in periferia a parlare con la gente, discussioni, volantinaggi, assemblee. Dentro la città fra i disoccupati, gli emarginati, le professioni, le associazioni e la società civile che hanno fatto grande Milano. Non potendo fare molto all’età di 16 anni, l’altro mio figlio Francesco si è fatto dare dei volantini dal fratello ed è andato a distribuirli davanti al suo liceo. Hanno ascoltato Giuliano e scoperto che una rivoluzione tranquilla e tollerante poteva essere compiuta. Comunque andrà, dobbiamo a Pisapia il merito di aver trasformato i nostri ragazzi in cittadini.

Come il mio amico egiziano, nemmeno noi sapevamo di avere figli così.

Cento, mille Rose

Era già passata la mezzanotte, ieri, quando ho chiuso la mia giornata. Ultimo appuntamento al cinema Mexico, il nostro cinema Paradiso. Che colpo d’occhio, era pieno di gente di tutte le età; sembrava – ed è un complimento – una balera di paese dove si stava celebrando una festa.  Presentava Dino, di professione medico del lavoro. E c’erano tutti quelli del comitato di zona 6 che hanno organizzato la serata. Ogni mercoledì, hanno raccontato, si trovano in via Capinera numero sei alle sei della sera. Ormai i comitati, hanno raccontato dal palco, sono diventati di più dei circoli… è la città che si è svegliata, questa è la prova concreta. Ovunque gente che esce di casa, si dà da fare, pensa e progetta il futuro, offre il proprio impegno e il proprio lavoro.
Come Rosa. Mi hanno raccontato che ieri mattina si è presentata in piazza Santa Maria Beltrade alle dieci della mattina, i miei volontari erano già lì al lavoro. E’ un’ex insegnante, appena andata in pensione; ha un figlio di 33 anni, appena rimasto senza lavoro; abita in zona di piazzale Brescia ed è venuta a offrire la sua disponibilità. Ho visto delle pagode chiuse, ci ha detto. E allora eccomi qua: avete bisogno di aiuto? Sì, Rosa, grazie; abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per far cambiare Milano. Chi ha tempo libero, chi ci crede, si faccia avanti: venga nella nostra sede di via Sartirana, venga in Santa Maria Beltrade, si metta in contatto con noi sul sito. I volontari sono la nostra ricchezza. Voi siete la nostra forza. Dobbiamo essere in cento piazze e in mille vie; dobbiamo essere lì a parlare con le persone, a dare i nostri programmi, anche le nostre spillette…
Ci servono cento, mille signore Rosa.

Ho ricevuto una lettera

Ho ricevuto una lettera. Fuori una busta bianca, di quelle ordinarie. Dentro un’altra busta, di carta sottile, sembra carta di riso. Su quella ci sono i tre francobolli della spedizione espresso: due da cinque, uno da quattro lire. L’inchiostro non è ancora sbiadito. La data è 11 gennaio 1947. L’intestazione del mittente è stampata a caratteri in stampatello: Avv. Prof. Giandomenico Pisapia. C’è ancora il mio indirizzo di quand’ero bambino…
<Carissimo Giuliano
Ho seguito con trepidazione ed affetto la preparazione e l’ingaggio della difficile battaglia, che non poteva e non doveva essere ulteriormente procrastinata. Avete avuto coraggio ed avete avuto anche ragione. Sono con voi, assieme a molti amici che hanno seguito con pari ansia la lotta.  Qui a Milano c’è moltissimo da fare; non bisogna più deludere, ormai, le speranze e le attese di tanti!>.
E’ una lettera di mio padre.
Ma quel Giuliano non sono io, è il suo amico Giuliano Vassalli. Erano due giovani professori e avvocati, appassionati e impegnati: c’era da ricostruire l’Italia, c’era bisogno dell’impegno di tutti, e loro stavano facendo la loro parte. Leggerla, mi ha commosso. Soprattutto mi hanno fatto venire i brividi le parole con le quali l’ha accompagnata uno dei figli del professor Vassalli,  quello che l’ha trovata e me l’ha spedita: <Carissimo Giuliano, leggi bene le frasi di questa lettera. E’ di tuo padre e ora sembra che attraverso mio padre tornino a te con lo stesso spirito e significato>.  E’ davvero così…