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I 100 anni del Berchet

L’emozione è stata grande.
L’aula magna dell’Università Statale è strapiena, oltre mille sono gli studenti del Berchet che insieme ai professori stanno festeggiando i cent’anni del loro liceo.
Non è una festa qualunque, il preside Innocente Pessina ed un gruppo di insegnanti hanno deciso di celebrare l’avvenimento attraverso una ricostruzione storica di quello che significarono il ’68 e gli anni successivi per il Berchet. Come testimonial sono stati invitati, suddivisi per epoche, alcuni ex studenti berchettiani, che oggi hanno un ruolo pubblico, insieme ad alcuni ex professori. Per il periodo pre ’68 Umberto Fiori musicista degli Stormy Six, un gruppo molto noto negli anni ’70 e autore di alcune delle più belle canzoni allora cantate dal movimento studentesco, la mitica professoressa d’arte Elda Cerchiari e Nicoletta Gandus, oggi valente magistrata nota per essere stata spesso vittima degli attacchi del premier e dei organi d’informazione.
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Cotolette e frittata

Se c’è una colpa che posso dare a mia madre è quella di non avermi insegnato a mangiare di tutto. A casa mia, da bambino, c’erano sempre o cotolette o frittata, gli unici piatti che la mamma – eravamo sette figli! – preparava per noi. Così la verdura, ad esempio, non l’ho mai mangiata. E’ un blocco di principio, più che di fatto. Perché, per esempio, la parmigiana mi piace da morire, ma non chiedetemi se voglio un contorno di melanzane, risponderei subito di no. Eppure ieri sera, al Tempio d’oro, là dove la zona 2 ha organizzato per me una cena elettorale, ho capito che col tempo si migliora. Che ricordi, in quella trattoria di via delle Leghe. Era la sede dell’associazione Italia-Nicaragua e una volta, quando io ero ragazzo, c’era Renato; adesso ha passato il testimone a suo figlio Maurizio. Che aveva sette anni, mi ha detto, quando io ero spesso là. Dunque, ieri sera, mi ha servito: caponata siciliana, un sigaro filippino con un ripieno di cavolo cappuccio e carote, brick tunisino che è una sfoglia di acqua e farina ripiena di patate, prezzemolo e cumino. Ho mangiato tutto, e che piacere. Ma giuro che se me lo avessero detto prima, non mai avrei creduto di gustare del cavolo e delle carote. (altro…)

Uno e tutto

Volevo fare il medico, ma oggi sono molto contento di avere fatto l’avvocato. Mi pareva che quello del dottore fosse il lavoro più utile, quello che ti permette di aiutare le persone nei momenti di maggiore difficoltà. Quando affronti il dolore, la malattia. Quando ti senti impotente, fragile. Quando hai bisogno di trovare qualcuno che ti aiuti, qualcuno che si prenda cura di te completamente. A medicina ho fatto solo sei esami; poi ho deciso che volevo cominciare a lavorare in fretta, essere indipendente, costruire la mia vita. E medicina era uno studio troppo impegnativo, non ce l’avrei fatta a studiare e lavorare insieme.  Ieri, però, quando la compagna di uno degli operai feriti nell’incendio della Eureco di Paderno Dugnano è venuta nel mio studio, a raccontarmi la sua storia e a chiedermi di assisterla, ho pensato che sono felice di avere fatto questo, di lavoro.

Avevo ancora il cuore gonfio di angoscia per la tragedia della fabbrica, per i sogni spezzati di quelle famiglie, per l’ingiustizia che è rischiare la vita sul posto di lavoro, quando era già ora di correre al Dal Verme, per l’incontro con Nichi Vendola. E’ stata una serata travolgente. Il teatro faceva paura: un muro di persone, facce sorridenti, facce piene di speranza. Sul palco i <miei> ragazzi, felici, commossi. Accanto a me Nichi, un amico e un grande uomo. Non so se era l’emozione, o se era la disperazione per aver appena visto da vicino la tragedia di quella coppia precipitata in un buco nero, ma mi veniva da piangere. E tutto si è composto in un unico disegno: ho pensato che anche questo mio impegno, quello di voler diventare il sindaco di Milano, va in quella stessa direzione. Bisogna spendersi per cercare di rendere il mondo migliore. Farlo in tutti i modi in cui si può.