Volevo fare il medico, ma oggi sono molto contento di avere fatto l’avvocato. Mi pareva che quello del dottore fosse il lavoro più utile, quello che ti permette di aiutare le persone nei momenti di maggiore difficoltà. Quando affronti il dolore, la malattia. Quando ti senti impotente, fragile. Quando hai bisogno di trovare qualcuno che ti aiuti, qualcuno che si prenda cura di te completamente. A medicina ho fatto solo sei esami; poi ho deciso che volevo cominciare a lavorare in fretta, essere indipendente, costruire la mia vita. E medicina era uno studio troppo impegnativo, non ce l’avrei fatta a studiare e lavorare insieme.  Ieri, però, quando la compagna di uno degli operai feriti nell’incendio della Eureco di Paderno Dugnano è venuta nel mio studio, a raccontarmi la sua storia e a chiedermi di assisterla, ho pensato che sono felice di avere fatto questo, di lavoro.

Avevo ancora il cuore gonfio di angoscia per la tragedia della fabbrica, per i sogni spezzati di quelle famiglie, per l’ingiustizia che è rischiare la vita sul posto di lavoro, quando era già ora di correre al Dal Verme, per l’incontro con Nichi Vendola. E’ stata una serata travolgente. Il teatro faceva paura: un muro di persone, facce sorridenti, facce piene di speranza. Sul palco i <miei> ragazzi, felici, commossi. Accanto a me Nichi, un amico e un grande uomo. Non so se era l’emozione, o se era la disperazione per aver appena visto da vicino la tragedia di quella coppia precipitata in un buco nero, ma mi veniva da piangere. E tutto si è composto in un unico disegno: ho pensato che anche questo mio impegno, quello di voler diventare il sindaco di Milano, va in quella stessa direzione. Bisogna spendersi per cercare di rendere il mondo migliore. Farlo in tutti i modi in cui si può.